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Mirko Schio: 20 anni dopo resta l'abnegazione delle forze dell'ordine

L'ospite della settimana

Vent’anni fa la strage di Capaci, dove morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i loro tre agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani nell’attentato che sventrò l’autostrada all’altezza di Capaci. Con l’omicidio anche del giudice Paolo Borsellino (il 19 luglio saranno vent’anni anche dalla strage di via D’Amelio) rappresenta l’apice della risposta di Cosa Nostra alla lotta antimafia. Nella notte fra il 2 e il 3 settembre 1995, invece, tre poliziotti in pattuglia a Marghera furono colpiti da raffiche di mitra durante un controllo: Massimo Zago rimase miracolosamente illeso, Silvio Busato fu salvato dai chirurghi, Mirko Schio è finito in sedia a rotelle. Avevano tutti fra i 23 e i 24 anni. E Mirko Schio oggi è presidente di Fervicredo (Feriti e vittime della criminalità e del dovere), onlus veneziana nata nel 1999 e impegnata nel sostengo di tutte le vittime di azioni criminali. Oggi è a Palermo per partecipare al Percorso della Memoria: una sorta di via crucis organizzata dal sindacato di polizia Coisp dove ogni tappa è legata a un evento tragico della lotta alla mafia, come ad esempio i luoghi dove morirono il giudice Paolo Borsellino, il generale-prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, il commissario Ninni Cassarà, il giudice Rocco Chinnici e, purtroppo, altri.

L’impressione è che il nostro è un Paese dove il ricordo si alimenta in occasione di anniversari “tondi”, e dove si è più uniti solo quando la gente muore. Fuori dalla retorica, vent’anni dopo la strage di Capaci, cos’è rimasto?
L’impegno delle forze dell’ordine è rimasto. Queste giornate vengono ricordate dalle istituzioni, anche se ci resta un po’ di delusione. Ma ci sono moltissime persone della società civile, tantissime associazioni, tanti singoli cittadini, i sindacati di polizia, di cui ovviamente parlo molto per senso di appartenenza, che quotidianamente portano il loro contributo. Sicuramente è rimasta nelle persone la voglia di cambiamento.

Da dove nasce il senso di delusione?
La provo sia come poliziotto, anche se son “fuori” da 15 anni, che come cittadino. Le vittime delle azioni criminali dovrebbero essere al centro dell’interesse. Non perché abbiamo sofferto o perché vogliamo essere protagonisti. Invece spesso in queste ricorrenze si spreca l’occasione di sottolineare che il ricordo è un impegno. Diventa una carrellata per le istituzioni. Per esempio, il 9 maggio sono stato invitato al Quirinale per partecipare al giorno della memoria per le vittime del terrorismo. Abbiamo il massimo rispetto per il Presidente della Repubblica: in questo momento storico e politico e l’unico capo saldo per questo paese. Ma ho vissuto la cerimonia come una cosa fredda. Una stanza, una stretta di mano, una medaglia. Non una parola.

Per i famigliari delle vittime, cos’è cambiato in questi anni?
Sono stati fatti molti passi avanti. Rispetto a una volta ci sono molte più garanzie e tutele per i famigliari. Una volta c’era più disparità: la costituzione e la legge permettono, com’è giusto, che un detenuto in carcere possa studiare, possa curarsi, possa godere di un percorso di integrazione nel mondo del lavoro. Tutto a carico dello Stato. Una vittima invece doveva arrangiarsi: vivere col suo dolore e pagarsi tutto. Ora le normative permettono borse studio per gli orfani, esenzioni ticket, possibilità di inserimento nel mondo lavoro. È anche il frutto del lavoro di associazioni come la nostra.

E per le forze dell’ordine?
L’abnegazione resta, i mezzi sono sempre più scarsi. La politica deve rendersi conto che i successi degli ultimi anni non sono merito suo, ma del lavoro quotidiano delle forze dell’ordine che lottano senza avere gli strumenti necessari. Personalmente mi fa fastidio, ad esempio, che un collega fino deve lottare per avere riconosciuto uno straordinario. Ma al di là della remunerazione, parliamo proprio di mezzi e di strumenti. Una volta la lotta alla criminalità era molto più sulla strada. Ora con un clic si trasferiscono capitali da una parte all’altra del mondo. Le forze dell’ordine devono stare al passo. Ma lo Stato li deve mettere nella condizione per farlo. La lotta dei sindacati è per garantire la sicurezza dei cittadini, quanto meno i mezzi necessari.

Oggi Palazzo Madama, a Roma, è stato presentato il disegno di legge 3196 per l’“Istituzione della Giornata nazionale in memoria delle vittime del dovere”, c’era anche una delegazione di Fervicredo. Cosa significherà questa ricorrenza?
L’iniziativa è della senatrice del Pdl Alessandra Gallone, e ne abbiamo condiviso subito il contenuto, ovvero ricordare gli appartenenti alle forze dell’ordine caduti nel fare il loro lavoro. Non tanto la data, e lo abbiamo fatto presente. Si propone che sia il 2 giugno, in concomitanza della Festa della Repubblica. Ma si rischia di mescolare troppe cose. La nostra opinione è che questa iniziativa encomiabile trovi collocazione proprio il 23 maggio, come il 9 maggio (anniversario della morte di Aldo Moro) è diventato il giorno delle vittime del terrorismo.

Antonella Scambia

Pubblicato il 23/05/2012

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