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Correre per i Saharawi, un padovano alla conquista del deserto

Dalla voglia di sfidare la propria natura, all’idea di abbinarci della beneficenza, alla consapevolezza di aver fatto “la cosa più bella della mia vita”. Gianni Brisolin, 36 anni di Anguillara e un curriculum di mille professioni (dal magistrato onorario, all’allenatore di calcio, al giurista in Commissione europea, al traduttore fino al dottorato in Diritto pubblico comparato che sta ultimando all’Università di Pavia), è reduce da un paio di settimane dalla maratona del Sahara: 42 chilometri, anzi quasi 44 per un errore degli organizzatori, fra sterrato e dune di sabbia. Il tutto per una scommessa a scopo benefico a favore della popolazione dei Saharawi, la gente del deserto, la popolazione del Sahara occidentale che, cacciata 40 anni fa dal territorio dell’ex colonia spagnola conteso fra Marocco e Mauritania, ora è costretta in campi profughi in Algeria.
Com’è nata l’idea?
Un anno fa sono stata alla presentazione del libro La corsa verso il mare di Rubens Noviello, che poi sarebbe diventato il mio preparatore atletico. Sono rimasto folgorato dall’idea di una esperienza sportiva estrema. Leggendo il libro, ho scoperto i Saharawi. A novembre ho reicontrato Rubens e ho deciso: mi alleno per la prossima maratona del Sahara, il 27 febbraio. Per lavoro, abitavo a Mezzocorona, in Trentino. Son passato dal correre sulla neve a -3 al deserto a 37 gradi. Una follia. In pochi giorni ho avuto anche l’idea della scommessa che sarebbe diventata Run4love.
In che cosa consisteva?
La puntata era di 2 euro: se fossi arrivato alla fine della marahatona entro il tempo limite, che era di 7 ore, tutti i soldi raccolti sarebbero andati ai Saharawi. Se non ce l’avessi fatta, un notaio avrebbe selezionato uno scommettitore che avrebbe ricevuto l’intera somma. Ma non è servito. Ce l’ho fatta. Anche se non so ancora come. Ero quello più impreparato di tutti. Nel gruppo degli italiani, per esempio, c’era Diego Bovolato, un altro padovano: 120 maratone di cui 15 ultra sopra i 100 chilometri. Io ero alla seconda.
È stata dura?

Questa è una maratona durissima, già al 25esimo chilometro non avevo più gambe. La scommessa però mi ha spinto molto: ci ho messo 6 ore e 10 minuti, corse con la mente. Sono arrivato 63esimo su 79 partecipanti. Ma al traguardo avevo tanti del campo per rifugiati di Smara ad aspettarmi, primo fra tutti il dottor Castro, un medico algerino chiamato così perché ha studiato a Cuba. Nessuno sa il suo vero nome. Gestisce un centro per disabili e lui era il mio riferimento per la beneficenza.
Come si tradurrà la scommessa?
Io sapevo di aver raccolto 5.270 euro. Quando son tornato in Italia, al momento di fare il bonifico nel conto di Run4love ne ho trovati 5.700. Già una magia. Prima di partire, pensavo che i soldi sarebbero diventati cibo o medicinali. Invece il dottor Castro mi ha detto che i bambini hanno bisogno di divertirsi e che costruiranno un teatrino… con il mio nome!
Tornerà nel deserto?
Sì. Spero di riuscire a far diventare Run4love un volano per altre iniziative. Il movimento di solidarietà che si è creato attorno alla scommessa è stato toccante, a partire dagli sponsor. Il primissimo sponsor trovato, per esempio, è stata la squadra di calcio di bambini down dell’Aipd Trento, che allenavo.

Antonella Scambia


Pubblicato il 19/03/2012

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